Un’altra partita

Il livello era passato, grande. Seduto sul gabinetto, si godette l’istante di piacere.
Ora toccava al quadro 932. Rispetto ai duemila e rotti livelli del gioco, aveva ancora un bel po’ di lavoro da fare, ma era solo questione di tempo, prima o poi li avrebbe dominati tutti. Nuova scarica di ormoni nel sangue.

Sempre che gli sviluppatori gliene avessero concesso il tempo. Pubblicavano dieci nuovi livelli ogni settimana. Lui ci si metteva d’impegno, ed al gioco immolava la maggior parte del suo tempo libero. Ma alcuni di quei quadri erano dannatamente difficili da completare, a volte doveva combattere per giorni prima di riuscire a procedere. La distanza che lo separava dalla fine dell’impresa non si accorciava mai, anzi.

Il pensiero lo irritò inaspettatamente. Forse qualcosa iniziava ad incrinarsi in quella passione che sapeva tanto di schiavitù? Non era affatto giusto: il devoto giocatore, nonostante i prolungati sforzi, non sarebbe mai riuscito a vedere la fine delle sue battaglie.
Già… ma da quanto tempo stava giocando? Erano cinque… no, erano almeno sei anni che si consumava la vista sul display del telefono.
Più o meno tre minuti a partita. Quante partite al giorno, quanti giorni. La sola idea, confusa e approssimativa, di quel tempo di vita perduto gli fece una dura impressione.

E se.
Gli venne in mente quel suo progetto, accantonato chissà da quanto. Avrebbe potuto cambiargli la vita. Peccato solo che non avesse mai tempo da dedicargli, mai.

Pieno di rabbia ed odio per sé stesso, iniziò la nuova partita.

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Aspettando il figliolo

Ciro e Pinuccia sono seduti attorno al tavolo della cucina e si guardano, che non sanno cos’altro fare.
Davanti a loro, la stampa del messaggio: “Arrivo tra qualche giorno, porto novità”.
Poteva almeno dirci quando, sbuffa Ciro.
Lo sai com’è tuo figlio, risponde Pinuccia, e non c’è niente da aggiungere.

Lo sanno com’è il ragazzo, che finita la scuola vuole partire per vedere il mondo. Non ha un soldo ma non sente ragioni. Prende lo zaino, dice che se la caverà, se ne va.
Rifiuta pure il cellulare in nome della libertà. Promette qualche email ogni tanto, e Ciro si butta in un corso di computer per capire cos’è ‘sta diavoleria.
Ogni settimana scrive che è felice, lavoricchia, viaggia, che possono volere di più? Certo, patiscono un po’ la mancanza, ma pazienza.

Dopo due anni si decide a tornare. Non stanno più nella pelle: Pinuccia fa le pulizie, Ciro sistema la stanzetta. In un giorno è tutto pronto, ma il figlio non si vede.Continua a leggere…

In malattia

InMalattiaNel bruciare degli occhi secchi, era come se il tempo si fosse fermato per prolungare il dolore oltre ogni giustizia e decenza; ed insieme il tempo era turbinio d’aria e percezione, un vortice violento che gli impediva di trovare un punto fermo attorno o dentro di sé, e lo faceva impazzire, e gli dava la nausea.

Dottore, per quanto ne avrò?, chiese implorante all’asettico medico di famiglia.
Deve avere pazienza, in due o tre settimane magari ne usciamo.
Due o tre settimane, magari. Una distanza impossibile per un uomo solo, carico di responsabilità e di impegni in un’azienda che gli dava molto ma gli chiedeva di più.Continua a leggere…

Amici veri

le mani degli amiciCerti giorni si sentiva un verme, ma era solo per un attimo: il senso di colpa montato su come un boccone mal digerito si dissolveva nella consapevolezza di non aver mai agito in cattiva fede o per egoismo. Pure, il disagio permaneva. Non poteva farci nulla, e forse non era neppure un male, ma a volte i suoi amici gli mancavano come l’aria.Continua a leggere…